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Stranieri in Italia. Un“opportunitą per tutti
Dario Nardella, Vice Mayor, City of Florence
La Pietra Dialogues
March 21, 2012

Ventuno marzo 1960: è la tragica data del massacro di Sharpeville, in Sudafrica, quando la polizia aprì il fuoco e uccise 69 pacifisti che manifestavano contro le leggi emanate dal regime dell’apartheid. Sei anni più tardi, le Nazioni Unite decisero di dedicare questa Giornata alla lotta contro la discriminazione razziale e la xenofobia.

Stranieri in Italia. Un’opportunità per tutti

Immigrazione. La storia migratoria italiana. l’Italia è un paese in cui il fenomeno migratorio è un fenomeno relativamente recente. La mancanza di un passato coloniale, le difficili condizioni economiche e sociali di gran parte del paese nel XIV e nella prima parte XX secolo hanno fatto dell’Italia un paese di emigrazione. La sua storia, infatti, è caratterizzata da storici flussi emigratori all’estero; in una prima fase verso paesi extraeuropei (Sua America, Nord America, Australia) per poi dirottarsi verso altri paesi europei. Basti ricordare che tra il 1876 e il 1976 partirono oltre 24 milioni di persone dall’Italia con una punta massima nel 1913 di oltre 870.000 partenze. E’ con il boom economico che si presentano i primi flussi immigratori. E’ il 1973 l’anno in cui per la prima volta il saldo migratorio diventa negativo (101 ingressi ogni 100 espatri). Nella prima fase, gli ingressi erano in gran parte costituiti da emigranti italiani che rientravano nel Paese, piuttosto che da stranieri.

Nel 1981, il primo censimento Istat degli stranieri in Italia calcolava la presenza di 321.000 stranieri. Nel 1991 il numero di stranieri residenti era di fatto raddoppiato, passando a 625.000 unità. E’ proprio nel 1991 che si affaccia in l´Italia la prima "immigrazione di massa", dall´Albania. Il 1993 è l’anno in cui per la prima volta il saldo naturale è diventato negativo e il flusso migratorio è diventato il solo responsabile della crescita della popolazione italiana. Oggi gli stranieri sono oltre 4.500.000 (incidenza del 7,5%) alle quali si dovrà aggiungere la presenza di circa mezzo milione di persone in posizione irregolare.

Un immigrazione sempre più stabile

In questi vent’anni, il fenomeno migratorio si è ormai stabilizzato e cambia progressivamente la composizione degli stranieri con una crescita degli immigrati stabili, l’aumento della presenza femminile e la costituzione delle famiglie. Ne è dimostrazione il crescente numero di permessi per ricongiungimento familiare e l’aumento del numero delle donne straniere. Un altro e più forte indice della presenza migratoria nella società italiana e della crescente integrazione è possibile individuarlo in tema di nuzialità, assistiamo infatti alla crescita delle coppie in cui almeno uno dei due sposi è di cittadinanza straniera: 36.918 matrimoni nel 2008, il 15% di tutte le celebrazioni. Si tratta di un fenomeno di rilievo sia per il rapido incremento (le nozze con almeno uno sposo straniero erano solo il 4,8 per cento nel 1995) (fonte: istat “matrimoni in Italia”)

Accanto al tema delle unioni tra stranieri e tra stranieri e italiani si afferma un fenomeno dalle implicazioni sociali ancora più ampio che è quello dei minori figli di migranti. Oggi possiamo quantificare questa presenza in 1 milione di minori di cui 650mila nati su territorio italiano ma senza cittadinanza italiana. Siamo stati i primi a lanciare la proposta della cittadinanza secondo le regole del ius soli. Il nostro paese, infatti, mantiene una disciplina molto rigida sulla cittadinanza che esclude questi giovani italiani il cui paese di origine è il nostro, che studiano nelle nostre scuole e spesso l’unica lingua che conoscono è l’italiano.

Questo fenomeno è presente anche in Toscana dove il 21% dei 338.746 immigrati residenti in Toscana è costituito da minori. La presenza delle seconde generazioni in particolare nelle province di Prato e Firenze costituisce rispettivamente il 19,7% e il 13,7% dei cittadini stranieri residenti (Tab. 1.4) E’ naturale pensare alla scuola come il primo e fondamentale motore di integrazione, è li che si gettano le basi per costruire una società multietnica e armoniosa.

Il fenomeno migratorio quindi fa parte a pieno titolo dell’Italia contemporanea e dell’Italia del futuro. Questo comporta un passaggio culturale fondamentale rispetto alle politiche degli anni 90. Non siamo più di fronte alla necessità di politiche di prima accoglienza ma al bisogno di politiche di inclusione ed integrazione che rendano sempre più gli stranieri parte integrante della comunità nazionale.

Stranieri ed economia. Imprenditori, contribuenti e fruitori di servizi

Gli stranieri in Italia sono prima di tutto una risorsa, spesso sotto inquadrata. L’obiettivo è che la persona di origine straniera possa mettere a frutto dell’intera comunità le proprie competenze e le proprie ambizioni. Gli stranieri si sono dimostrati uno degli elementi di dinamismo economico di questi anni con l’apertura di imprese e attività stranieri.

La popolazione immigrata è infatti più giovane (32 anni, 12 in meno degli italiani), incide positivamente sull’equilibrio demografico con le nuove nascite (circa un sesto del totale) e sulle nuove forze lavorative, è lontana dal pensionamento e versa annualmente oltre 7 miliardi di contributi previdenziali, assicura una maggiore flessibilità territoriale e anche la disponibilità a inserirsi in tutti i settori lavorativi, crea autonomamente lavoro anche con i suoi 228.540 piccoli imprenditori.

In tutto sono 628mila, tra titolari d´impresa soci e amministratori (l’ 8,5% del totale degli iscritti nei registri delle CCIAA) che si occupano dell’assistenza delle famiglie, degli anziani e dei malati. 89.839 (38,7%del totale imprenditori straneri) sono donne Complessivamente i lavoratori stranieri rendono alle casse dello Stato più di quanto costino.

Gli imprenditori stranieri sono molto diffusi sul territorio nazionale, e non solo nelle aree dei distretti industriali del Nord, ben integrati con le piccole imprese italiane, motivati e propensi al rischio, ma soprattutto hanno voglia di crescere. Marocchini, cinesi, rumeni o egiziani: ecco gli imprenditori immigrati in Italia che contribuiscono alla tenuta delle piccole imprese allo shock della crisi economica.

La Toscana risulta la regione col maggiore tasso di imprenditorialità straniera (rapporto imprese straniere/imprese totali) Il fenomeno migratorio ha un alto contenuto di concentrazione: in termini di distribuzione territoriale, di provenienza nazionale, di settori di attività e di specializzazioni etnica. Secondo uno studio Caritas – CNA, il 72,1% di titolari di impresa opera in due soli settori - le costruzioni (37,4%) - il commercio (34,8%) Il terzo settore , in termini di presenze, è la manifattura (9,9%). Ovviamente si tratta di settori che presentano le maggiori opportunità per chi comincia una carriera imprenditoriale con dotazioni finanziarie assai limitate e che proprio nell’autoimpiego vede una prima occasione per migliorare le proprie condizioni economiche. Si tratta in definitiva di settori a basso contenuto tecnologico e con una elevata intensità di lavoro manuale.

Tra il 2005 e il 2010 il numero di soggetti italiani che partecipano a vario titolo alla vita delle imprese si è ridotto di oltre 8 punti percentuali ( -8,1%). L’imprenditoria straniera tra il 2005 e il 2010 ha registrato un incremento cumulato del +40,1%. I dati INPS confermano il crescente passaggio dei lavoratori di origine immigrata al lavoro autonomo – e a volte all’avvio di una vera e propria impresa – una tendenza che, stando alle risultanze di altre fonti d’archivio (Unioncamere, CNA) si conferma anche in tempo di crisi, attestando tutta la dinamicità di un settore che va guardato con particolare interesse, tanto più in un momento nel quale l’economia ha bisogno di traino

Il dinamismo economico delle comunità straniere, una crescita rapida – pur ancora limitata rispetto agli altri paesi europei - degli stranieri ha portato alla nascita di pregiudizi e luoghi comuni su cui si è andata ad innestare la crisi economica.

Una delle accuse che viene più frequentemente rivolta agli stranieri è quella di occupare posti di lavoro altrimenti destinati a manodopera, Al di là della percezione, i dati INPS confermano l’immagine di un mercato del lavoro sostanzialmente segmentato, in cui lavoratori autoctoni e lavoratori migranti si muovono su piani diversificati, poco integrati l’uno con l’altro, con i migranti che tendono ad essere canalizzati in quei settori e comparti in cui si stenta a reperire la forza lavoro necessaria tra la popolazione autoctona, largamente indirizzata a inserimenti di più alto profilo (anche se generici), in linea con i percorsi formativi e le aspirazioni maturate.

In altri termini, viene confermata l’immagine di una sostanziale complementarietà tra il lavoro degli immigrati e le mansioni svolte dagli italiani e, quindi, la rilevanza del loro inserimento per la tenuta di interi comparti produttivi, quali quello agricolo, e di riflesso per gli equilibri complessivi del sistema di produzione del nostro Paese. Lo stesso lavoro di assistenza domestica e familiare, di cui le donne immigrate sono le assolute protagoniste, va a colmare le lacune del sistema di welfare istituzionale e sostiene, di riflesso, l’inserimento lavorativo delle donne italiane (favorendo tanto direttamente che indirettamente la partecipazione femminile al mercato del lavoro, seppure restino immutati i modelli occupazionali pregiudizialmente orientati dall’appartenenza di genere). La cristallizzazione di una situazione di marcata settorializzazione dell’inserimento lavorativo dei migranti, per quanto da un lato si faccia garanzia di possibilità di occupazioni meno esposte alla concorrenza dei lavoratori autoctoni, dall’altro può finire per impedire loro di accedere a posizioni migliori, e così la logica della complementarietà può facilmente sconfinare in quella della subordinazione e, quindi, della discriminazione.

Del resto, gli immigrati sono più soggetti degli autoctoni a discontinuità occupazionale e a basse retribuzioni, in parte anche per gli inquadramenti di bassa qualifica più frequentemente riservati loro, per cui non meraviglia neanche che la retribuzione (lorda) media annua pro capite dei dipendenti extraUE-15 (12.121 euro) sia sensibilmente inferiore a quella dei dipendenti nel loro complesso (19.213 euro), per uno scarto negativo del 36,9% (-7.092 euro annui), che sale al 39,9% rispetto ai soli nati in Italia. In altri termini, i dipendenti d’azienda non comunitari percepiscono, in generale, una retribuzione annua inferiore di circa due quinti rispetto alla media della categoria.

Stranieri e accesso al Credito. Più difficile, più costoso

Un problema – esistente per tutta la popolazione - ma che incide particolarmente nell’imprenditorialità straniera è l’accesso al credito. “E’difficile la presenza di imprenditori immigrati come prenditori di fondi. Sestito della Banca d’Italia ha recentemente dichiarato che siamo passati dal 22 al 25% dei titolari di imprese straniere con linee di credito aperte, ma e´ un livello molto inferiore al dato complessivo. Inoltre gli immigrati ricevono affidamenti inferiori e pagano tassi di interesse piu´ alti degli italiani´´. I risultati dell’indagine empirica condotta da Banca d’Italia mostrano che gli imprenditori immigrati pagano in media tassi di interesse più elevati di circa 70 punti base rispetto a quelli applicati agli italiani. L’entità del differenziale dipende dal continente di provenienza degli immigrati e, in particolare, risulta più elevato per quelli provenienti dai paesi dell’Europa dell’Est. Il differenziale di tasso tra gli imprenditori nati all’estero e quelli italiani, è particolarmente elevato all’inizio della relazione con il sistema bancario e diminuisce progressivamente all’aumentare della durata della stessa. Siamo quindi di fronte ad un nuovo obiettivo che è “l’integrazione bancaria”

Servizi sociali. Per gli stranieri un bilancio in passivo

Accanto al tema del lavoro, un altro è un terreno di conflitto crescente tra autoctoni e stranieri: l’accesso ai servizi sociali. Questo avviene prevalentemente nei settori della casa e dei servizi all’infanzia per i quali le famiglie economicamente più deboli e più numerose dei migranti si posizionano spesso nelle migliori posizioni delle graduatorie. Riporto il caso del Comune di Firenze dove si può verificare come il numero degli alloggi destinati a persone nate in Italia rimane pressoché costante e che rimane soprattutto ampiamente superiore rispetto agli alloggi assegnate a persone di origine straniera.

Nel 2010 su una totalità di 7321 alloggi comunali, 729 sono occupati da ospiti comunitari ed extra. In pratica dal 2004 al 2010 da una presenza straniera pari al 6.8 non si raggiunge il 10%.

E’ effettivamente vero che secondo i risultati di uno studio dell’Università Bocconi, basato sull’analisi sia dei dati campionari dell’Eu-Silc 2007 (EU-Survey of Income and Living Conditions), che raccoglie informazioni su diversi sussidi sociali in denaro (disoccupazione, malattia e disabilità, sussidi per l’istruzione, famiglia e minori, alloggi ed esclusione sociale la popolazione immigrata di origine non comunitaria (o anche dei Paesi di nuovo ingresso) ha maggiori probabilità di ricevere i benefici di welfare considerati, ovvero di richiedere un certificato Isee, rispetto ai cittadini locali(ad esclusione dei trattamenti pensionistici).

Nella realtà considerando complessivamente la pluralità di servizi sociali e assistenziali possiamo affermare che i lavoratori stranieri portano al sistema paese più di quanto lo Stato restituisca loro. Sempre analizzando i dati campionari IT - (EU-Survey of Income and Living Conditions)2007 ma integrati con una stima dei trasferimenti pubblici per istruzione e sanità, pur non considerando le prestazioni pensionistiche, si verifica che gli immigrati (soprattutto se di origine non comunitaria) tendenzialmente versano nelle casse statali tra imposte e contributi più di quanto non ricevano in termini di sussidi sociali, a differenza degli italiani che mediamente godono di un beneficio fiscale netto superiore di circa 3.000 euro a quello dei migranti, in primo luogo per la loro più massiccia rappresentazione nel gruppo dei percettori di benefici legati all’anzianità

La popolazione immigrata in Italia è, al contrario, una popolazione giovane: gli stranieri residenti in circa il 70% dei casi hanno meno di 40 anni e in oltre il 40% dei casi hanno un’età compresa tra i 25 e i 40 anni, ovvero rientrano nella fascia più importante sul piano del potenziale economico-contributivo, a fronte di una quota che tra gli italiani non arriva a un quarto del totale.

Parallelamente, la maggiore presenza di minori, almeno in termini relativi (22% degli stranieri a fronte del 16,9% calcolato sull’intera popolazione residente al 31.12.2009), lascia verosimilmente pensare che i servizi maggiormente fruibili e fruiti dalla popolazione immigrata siano quelli rivolti alle famiglie e ai minori, in particolare gli asili nido, mentre può considerarsi del tutto residuale il loro impatto sui servizi dedicati agli anziani, incluso il sistema previdenziale.

E’ evidente che la composizione anagrafica della popolazione di origine straniera impone di ripensare un welfare capace di rispondere ai nuovi e crescenti bisogni di servizi emergenti da questa fascia di popolazione.

Gli ultimi risultati dello European Social Survey sulla percezione della popolazione europea rispetto al contributo dei migranti all’economia dei Paesi di inserimento (Quarto round 2008-2009, cui però l’Italia non ha partecipato) mostrano come proprio sul campo delle politiche di welfare si riscontri la maggiore preoccupazione e diffidenza delle popolazioni nazionali nei confronti dei migranti: dalle risposte degli intervistati si evince il timore che gli immigrati possano connotarsi come un peso per il sistema sociale piuttosto che sul piano economico.

Un dato è bene chiarirlo, proprio per sfatare altri luoghi comuni che sono alla base della diffidenza nei confronti degli stranieri: L’importanza del contributo che i lavoratori migranti assicurano alla sostenibilità del sistema pensionistico italiano porta anche a sottolineare come questo potrebbe essere ancor più rilevante se si riuscisse a promuovere a pieno l’inserimento regolare dei migranti tanto nel mondo del lavoro che, di riflesso, nelle strutture sociali e giuridiche del Paese, contrastando efficacemente le diversificate forme di lavoro nero e grigio che coinvolgono i regolarmente soggiornanti e rivedendo le strettoie normative che, vincolando il diritto al soggiorno alla (previa) titolarità di un contratto di lavoro, finiscono per favorire la presenza e il lavoro irregolari.

Per esempio la regolarizzazione indetta a settembre 2009 per gli addetti al settore domestico e di cura alla persona, per esempio, ha portato nelle casse statali circa 154 milioni di euro tra contributi arretrati e marche, mentre nel periodo 2010-2012 si stima che porterà nelle casse dell’INPS almeno 1,3 miliardi supplementari.

Stranieri erogatori di servizi. Il caso del welfare informale

I migranti, oltre a contribuire e beneficiare delle prestazioni di protezione sociale erogate a livello istituzionale, vanno parallelamente inquadrati come “creatori/erogatori” di welfare, quel “welfare informale/invisibile/leggero” che prende la forma del lavoro domestico e di assistenza alla persona di cui i lavoratori immigrati (e in particolare le donne) sono gli addetti quasi esclusivi. In Italia i servizi domiciliari e residenziali sono ben poco diffusi, soprattutto rispetto ai Paesi dell’Europa settentrionale (4,9% vs 13%). E i costi si scaricano quindi maggiormente sulle famiglie che per pagare addetti al lavoro di cura o il soggiorno in strutture dedicate spendono mediamente più di 9 miliardi l’anno.

In altri termini, il ricorso a manodopera (per lo più femminile) di origine straniera ha gradualmente assunto un ruolo centrale per la gestione dele esigenze di cura che attraversano in misura sempre crescente la società italiana. “Esso rende infatti possibile per le famiglie italiane disporre di servizi di cura personalizzata, a basso costo e a domicilio, mentre il governo può limitare la spesa sociale”, con un risparmio pubblico che nel 2007 veniva stimato dallo stesso Ministero del Lavoro in ben 6 miliardi di euro in mancate prestazioni socio-assistenziali

Secondo il Rapporto Oasi 2009 della SDA Bocconi, il Sistema Sanitario Nazionale si fa carico di 1 solo anziano su 4, mentre nel resto dei casi l’onere della cura ricade sulle famiglie, che usufruiscono di circa 40 miliardi di euro versati dall’INPS per il sostegno

Parallelamente crescerà anche l’aspettativa di vita: secondo le stime di Eurostat in Italia nel 2060 questa passerà per le donne dagli attuali 84,5 a 90 anni e per gli uomini da 78 a 85 anni. Rilevanti e inevitabili saranno le ripercussioni sul sistema di assistenza e protezione sociale, che si troverà a fronteggiare una sfida ben più impegnativa di quella “affrontata” finora sostanzialmente ricorrendo al lavoro immigrato.

In questo scenario, secondo le stesse previsioni del Rapporto ministeriale prima richiamato, la disponibilità di “badanti” immigrate andrà diminuendo (in particolare con riferimento ai flussi dall’Europa centro-orientale) e una più ampia fascia di famiglie non potrà permettersi il ricorso all’assistenza privata.

Tutto questo per dire quanto l’immigrazione si sia trasformata in una ricchezza per il paese in termini di risorse economiche e di risorse umane. Saper cogliere questa come una opportunità significa saper investire in una nuova generazione di italiani su cui costruire il futuro del nostro paese.

Ci sono sfide ed elementi di conflitto che vanno saputi gestire, diffidenza che vanno abbattute e valori che vanno condivisi per costruire una comunità italiana più aperta e plurale.

Dalle politiche di assistenza a progetti di inclusione

Bisogna superare definitivamente l’approccio assistenziale all’immigrazione per fare leva sulla forza e la ricchezza di una fascia di popolazione che molto può dare al paese. L’Amministrazione comunale per questo ha potenziato le attività di orientamento e assistenza finalizzate all’integrazione e all’inclusione sociale.

Il progetto PACI per esempio, pur essendo un sistema di accoglienza per i richiedenti protezione internazionale, rifugiati e titolari di protezione sussidiaria mira a promuovere attività di sostegno al processo di inclusione sociale e di facilitazioni al percorso di integrazione socio-economica

I risultati sono interessanti: sono stati attivati 48 start up abitativi (con contributi per la ricerca di alloggi sul libero mercato) mentre per una sessantina di persone è stato attivato un inserimento lavorativo con tirocini formativi. E’ proprio per orientare i servizi del Comune verso azioni di emancipazione e indipendenza che dal 1 giugno 2009 il Comune ha attivato uno specifico sportello dedicato ai cittadini stranieri. È lo Sportello unico comunale per l’immigrazione (SUCI) che riunisce tutti i diversi procedimenti riguardanti cittadini comunitari e stranieri e fornisce informazioni e assistenza per le varie pratiche. Dall’aprile 2010 all’aprile 2011 si è registrata una media mensile di accessi compresa tra 3.500 e 4.000 utenti. La consulenza è da sempre un elemento di forza dello sportello quasi da rappresentare un polo anche di secondo livello per la rete dei servizi. Ma è la consulenza personalizzata, che risponde concretamente alle esigenze espresse che mette in luce la funzionalità reale del progetto.

Anche in questa ottica vanno gli sforzi, tra i più importanti dello scenario nazionale, dei tre centri di alfabetizzazione (obiettivo favorire l’integrazione e il successo scolastico degli studenti di scuole primarie e secondarie di primo grado che non parlano italiano come prima lingua) e il servizio di mediazione linguistica-culturale e di traduzione.

Conclusioni

L’Italia negli ultimi anni ha visto crescere il fenomeno xenofobo, Firenze è stata soltanto pochi mesi fa luogo di un tragico episodio di razzismo con l’uccisione di due ragazzi senegalesi che, seppur riferibile ad un singolo folle, ha sollevato il problema dell’intolleranza nella nostra società.

Nel 2009 ci sono stati in Italia secondo una ricerca ECRI (Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza) 142 reati motivati dall’odio di cui 64 razzisti, 31 xenofobi e 47 antisemiti; nel 2008, le cifre per tipo di reato erano rispettivamente 62, 27 e 23, a fronte di 52, 42 e 54 nel 2007.

Risalgono al 2010 i fatti di Rosarno, piccolo centro calabrese dove i lavoratori migranti hanno dovuto abbandonare la città dopo che erano scesi in piazza per protestare contro le loro condizioni di lavoro e dopo violenti scontri con la popolazione locale.

Sempre più frequenti sono gli attacchi commessi contro cittadini romeni abitanti in Italia. L’ECRI è vivamente preoccupata dal fatto che numerosi episodi verificatisi negli ultimi anni sembrino essere atti di violenza collettiva, commessi cioè da un gruppo contro un altro gruppo, apparentemente per motivi fondati sul colore della pelle o l’origine etnica o nazionale delle vittime e talvolta, pare, anche come rappresaglia per comportamenti offensivi di cui le vittime stesse non erano assolutamente responsabili.

La xenofobia è una malattia delle società aperte, ma può essere combattuta solo attraverso una società più aperta che offra opportunità a chiunque – prescindendo dalle suo origini – di mettere a valore le proprie competenze e le proprie ambizioni, favorendo l’assunzione di più ampie responsabilità degli stranieri e dando loro gli strumenti per emanciparsi da una condizione subìta di povertà e discriminazione.

Il nostro paese ha bisogno di crescere, di valorizzare al massimo le giovani generazioni e le nuove idee, ha bisogno di affermare un nuovo ruolo nella divisione internazionale del lavoro e questo è possibile se i nuovi italiani saranno vissuti come parte di questo grande paese e non come ospiti indesiderati.

 
 
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